La città fortificata di Radicofani

La città fortificata di Radicofani Ingrandisci

Storia, trasformazione e restauro di un castello toscano

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  • Autore: a cura di Carlo Avetta
  • Anno: 1998
  • Formato: 21 x 26 cm.
  • Pagine: 352 pp., ill
  • ISBN: 88-7145-142-2

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l’immagine della collina di Radicofani prima dell’inizio dei lavori di restauro fornisce un’idea solo approssimativa, anche se eloquente, della situazione in cui la fortezza si trovava all’inizio degli anni ’80.

Le murature attuali non erano soltanto nascoste dalla vegetazione, ma sepolte sotto gli oltre 5.000 m3 di terra che sono stati scavati e setacciati durante i lavori.

Non era chiara la tipologia delle postazioni di tiro, né se queste fossero casematte voltate o cannoniere a cielo aperto. La postazione conservata meglio delle altre, quella di Sant’Andrea, appariva parzialmente coperta da una volta interrotta a due terzi della sua profondità. Solo più tardi, dopo l’avvio dei lavori, abbiamo appurato trattarsi della tipologia cinquecentesca e non di una parziale ricostruzione.

Con l’eccezione del bastione di Sant’Andrea, cui si accedeva dal piano di campagna innalzatosi fino all’apertura della postazione di tiro, nessuna delle cannoniere era facilmente accessibile. La postazione di San Giovanni disponeva di un accesso, ma il percorso indirizzava verso il cunicolo di una fuciliera più che verso il baluardo principale della cui volta restava in piedi un tratto insignificante; un altro bastione, quello di Santa Maria, non disponeva di un accesso praticabile. Il corpo di guardia e le postazioni rimanenti erano sepolti, interamente franati, ricoperti da terreno mischiato ai materiali dei crolli delle strutture. Negli ultimi due secoli alcuni riempimenti naturali erano stati integrati dai pastori che utilizzavano la rocca come ricovero. Ciò evitava rischi per sé e il bestiame in un ambiente costellato da buche profonde e pericoli di vario genere.

La cinta muraria principale della fortezza, che manteneva pochi frammenti del paramento esterno realizzato nella pietra lavica locale, si presentava quasi ovunque con la sola muratura del sacco, il riempimento di conglomerato e sassi che dà consistenza e spessore al muro e che appariva quasi ovunque. Gran parte del pietrame di rivestimento era stato utilizzato per le ricostruzioni o le nuove costruzioni dell’abitato sottostante. Tra le più evidenti la cinta muraria del cimitero e i rifacimenti del capoluogo dopo il terremoto del 1933 che sfruttarono l’ottimo pietrame delle mura cinquecentesche, in parte già riciclato al tempo dei Medici da quelle anteriori.

  • Autore a cura di Carlo Avetta
  • Anno 1998
  • Formato 21 x 26 cm.
  • Pagine 352 pp., ill
  • ISBN 88-7145-142-2

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