A 24029

A 24029 Ingrandisci
  • Autore: Alba Valech Capozzi
  • Anno: 1995
  • Formato: 17 x 24 cm.
  • Pagine: 104 pp.
  • ISBN: 88-7145-104-X

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Credo che poche persone potrebbero leggere certe pagine del racconto della Valech Capozzi, senza sentire la propria anima arricchirsi di un dolore vasto e purificatore e senza sentirsi strappare interamente alla cerchia limitata della propria individualità e premute, sino allo spasimo, alla giuntura che le innesta al grande, martoriato corpo della Umanità.

Ora, io dico, non è questo il massimo effetto che può operare la poesia? La Signora Alba Valech Capozzi – prima della tragedia che ebbe a vivere – non nutrì mai ambizioni letterarie, a quanto, Ella stessa afferma. E nulla, a vero dire, nel suo racconto v’è di letterario, in quanto questa parola può significare di meditato proposito emotivo ed artificio. Il dolore ha aperto in Lei, meravigliosamente, una fonte di poesia, di quella poesia pura, vergine, fatta, di anima e di offerta, che a mio parere è la sola, la vera poesia, che può essere talvolta senz’arte, ma senza la quale l’arte non è; quella poesia che è un messaggio, un appello incontenibile dell’uomo all’uomo, un dono – pieno di un fascino insondabile – che ogni cuore onesto accoglie con reverente riconoscenza, conscio del conforto unico, che esso gli arreca.

Chi interroghi la Valech Capozzi sui motivi che l’hanno indotta a scrivere, si sentirà rispondere candidamente che, al suo ritorno dalla Terra della Morte, ella sentiva in sé un’urgenza smaniosa, quasi una forza esteriore la comandasse e che non le lasciò pace finché non posò definitivamente la penna.

E l’empito poetico – che è senso impellente di una bellezza misteriosa, scaturente dalla gioia o dal dolore, da comunicare generosamente – quando è così intenso – trova sempre, io credo, le forme di un’arte originale, di suggestiva potenza.

Se quanti si sforzano di manipolare astruse formule e concetti mirabolanti sull’arte, si rendessero conto di questa verità, non assisteremmo forse a tante pietose mostre di vanità, di egotismo e di avida ambizione cerebrale.

Non sono fuor di tema. Questo è il pensiero che coglie chi legge il racconto della Valech Capozzi. Siamo indubbiamente davanti ad un’o pera di poesia e di arte. Un’arte, diremo, non coltivata, un’arte sommessa, desolata, scarna, sostanziata di lacrime, di abbandono e d’innocenza, un’arte la quale nasce dalla estrema semplicità del linguaggio, dalla meravigliosa ed istintiva sapienza – che quasi mai vien meno – di evitare tutto ciò che abbia significato puramente personale, autobiografico, per mettere in evidenza solo quanto abbia un valore universale.

Sicché noi leggiamo sì, la pietosa vicenda – in sé commoventissima della signora Valech Capozzi, di questa mite, gentile piccola donna innamorata, divenuta preda indifesa di un odio assurdo ed immane, ma leggiamo anche e sopratutto l’agonia di milioni di creature come lei strappate alla propria terra, alla propria casa, orbate dei propri affetti, e leggiamo sopratutto la storia, antica e recente, della debolezza e della innocenza straziate, ed udiamo rabbrividendo – quel grido divino che chiama Giustizia ed Amore, per l’appello insistente del quale l’Umanità procede verso la propria perfezione.

L’autrice, anziché una narrazione continuata ha con felicissimo intuito – preferito una forma episodica. Ogni capitolo è un piccolo quadro; e se adopera il vocabolo “quadro” intendo il termine nel significato proprio. Rammento certe tele, specialmente proprie alla pittura moderna, in cui la povertà dei toni smorzati, freddi, grigi, ambientano chi le contempla in un paesaggio di squallori, di nudità, in cui insiste, anche se invisibile, la patetica solitudine angosciata dell’uomo.

La stremata esilità del periodo, certe affaticate asperità della forma, certe ripetizioni monotone, ostinate, simili ad un lamento incoerente, balbettato nella febbre, ripetono, con stupefacente evidenza lo sfinimento, l’orrore e la solitudine dell’abisso che la scrittrice ebbe a sperimentare, e realizzano, naturalmente, quelle aspirazioni di cui la prosa moderna si fa vanto e vessillo: l’assenza di accademia in pro di una semplicità essenziale, il raggiungimento degli effetti più suggestivi con l’ impiego dei minimi mezzi, l’eloquenza sommessa e dimessa che sgorga da fatti e cose, più che da parole, e la fresca ingenuità ed immediatezza delle sensazioni e dei sentimenti.

Tutte doti che – invero – si dovrebbero specialmente, se non solamente, apprezzare là dove sono spontanee.

E voglio, concludendo, dire una parola d’affetto alla Signora Valech Capozzi che, dopo così grande sventura, ha conservato nel suo animo tanta simpatia e tanta fede nell’Umanità, da volerle fare dono della propria sofferenza.

E che altro è l’opera di poesia, se non dono d’amore all’Umanità?

  • Autore Alba Valech Capozzi
  • Anno 1995
  • Formato 17 x 24 cm.
  • Pagine 104 pp.
  • ISBN 88-7145-104-X

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