Populonia - una città e il suo territorio

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Guida al Museo Archeologico di Piombino

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  • Autore: a cura di Giandomenico De Tommaso
  • Anno: 2003
  • Formato: 13,5 x 21 cm.
  • Pagine: 144 pp., ill

7,00 €

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Populonia è uno dei luoghi più incantevoli d’Italia. Chi si affacci in una mattina tersa dalle mura dell’acropoli sulla costa boscosa, verso l’arcipelago, può intuire quanto magico sia questo promontorio – proteso verso l’Elba e la Corsica, da cui vennero forse, secondo un’antica leggenda, i primi abitatori della città – mèta da sempre dei navigatori del Tirreno, che vi trovavano un porto sicuro prima di avventurarsi nel mare della Liguria, che le Apuane, in lontananza, prefigurano.

Due rotte si incrociavano a Populonia: quella che dal sud del Mediterraneo conduceva verso la Gallia, la Spagna e l’interno del continente, e quella che, da est a ovest, metteva in relazione la penisola con le grandi isole in direzione dell’Africa, su quelle vie del mare e del cielo che gli uccelli migratori da sempre percorrono facendo il punto della loro rotta proprio su quel promontorio.

Populonia è sinonimo di metallurgia, sin dalla protostoria, quando i metalli dell’Elba trovarono nella costa antistante la sponda naturale per la loro lavorazione e diffusione nel mondo mediterraneo, e poi in età etrusca, romana, medievale, fino ai giorni nostri. Perché l’industria siderurgica moderna si è sviluppata a Piombino di pari passo con quel gigantesco recupero industriale delle montagne di antiche scorie ferrose che avevano cambiato nei secoli l’aspetto della piana di Baratti e ha avviato in tal modo la prima stagione di ricerche archeologiche nelle antiche necropoli sepolte da quelle scorie. E la stessa crisi della siderurgia ha aiutato in seguito un processo di ripensamento costruttivo del rapporto tra città (Piombino), territorio (il promontorio di Populonia) e attività economiche per una riconversione produttiva all’insegna della cultura e della qualità.

Nonostante i mutamenti radicali che il patrimonio storico ed archeologico di Populonia ha subìto in seguito al recupero delle scorie metallurgiche, questo paradiso della nostra penisola, dove il visitatore recupera visioni che furono quelle antichissime dei primi navigatori lungo una costa intatta e apparentemente primigenia, non è rimasto tale per caso. È il prodotto dell’intreccio dell’uomo e della natura, ma è anche il risultato di un miracolo politico, uno di quei casi in cui la buona amministrazione locale con l’aiuto della migliore cultura urbanistica italiana (a cominciare dal non dimenticato impegno di Italo Insolera) ha saputo preservare da ogni sorta di appetiti un lembo impareggiabile di suolo nazionale.

Il territorio di Populonia è oggi al centro di una nuova fase di ricerche, perché il suo sito costituisce una emergenza archeologica di assoluta rilevanza nel panorama nazionale, anche se, a dispetto della sua importanza storica, la città antica è ancora mal conosciuta nei suoi aspetti urbanistici e monumentali. E infatti le indagini archeologiche nuovamente avviate hanno investito tanto l’area portuale e l’entroterra del promontorio quanto l’acropoli, dove gli scavi procedono accompagnati da un ambizioso progetto di valorizzazione.

Dopo una prima fase di ricerche, concentrata sulle grandi necropoli etrusche della rada di Baratti, Populonia è entrata nei manuali di archeologia per le sue tombe splendidamente conservate e oggi inserite nel parco archeologico, meta ogni anno di decine di migliaia di visitatori e gestito, su concessione del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, dalla Società Parchi Val di Cornia, che promuove la fruizione e la valorizzazione delle aree archeologiche, la tutela degli ambienti naturali e lo sviluppo di un turismo culturale finalizzato alla diversificazione economica e all’incremento dell’occupazione, attivando le sinergie necessarie affinché valorizzazione e fruizione siano sostenute da ricerca e conservazione.

Passata sotto il controllo di Roma nel corso del III secolo a.C., Populonia continuò a vivere della metallurgia e del suo porto. Il suo patrimonio monumentale doveva essere assai rilevante e le indagini attualmente in corso mirano a comprendere la natura di un gigantesco intervento di ristrutturazione dell’acropoli – occupata probabilmente da una grande area sacra disposta scenograficamente su più terrazze – condotto quando la città era ancora un’ alleata di Roma ma formalmente libera.

Populonia non ebbe infatti tanto a patire della egemonia politica e militare di Roma, quanto piuttosto dal suo inserimento definitivo nello Stato romano e dalle guerre civili che al tempo di Mario e Silla portarono nell’80 a.C. alla distruzione della città, colpita ferocemente dal vincitore, Silla appunto, che vi lasciò terra bruciata.

Quando, a poco meno di un secolo di distanza, il geografo Strabone descrive la città, la dipinge come un borgo ancora vitale nella sua area portuale, ma semiabbandonato sull’acropoli, dove solo le moli degli antichi templi restavano ad indicare la monumentalità di un tempo. Quattro secoli dopo un aristocratico romano, Rutilio Namaziano, contemplando le sue rovine dal mare, prendeva Populonia a simbolo del fatto che “anche le città possono morire”.

È una storia lunga quella che viene raccontata nelle stanze del Museo Archeologico del Territorio di Populonia, inaugurato nel luglio del 2001 nell’area dove alla fine del Quattrocento gli Appiani costruirono la loro cittadella. Nato dall’impegno congiunto del Comune di Piombino, della Società Parchi Val di Cornia, della Soprintendenza Archeo­ logica della Toscana e dell’Università di Siena, il museo illustra le vicende dell’insediamento umano nel promontorio di Piombino dalla preistoria ai giorni nostri. Soggetti diversi, per statuto e per finalità, hanno così dimostrato di saper creare, sul terreno operativo, un coordinamento efficace nel campo della gestione e della valorizzazione del patrimonio archeologico e della stessa ricerca con l’obiettivo di integrare la visita al museo con quella al Parco archeologico di Baratti, creato nel 1998 dopo che nel 1996 era stato inaugurato il vicino Parco archeominerario di San Silvestro.

Le stanze del museo costituiscono pertanto un complemento e al tempo stesso un’introduzione al parco e mirano a riportare i visitatori sulle pendici dell’acropoli di Populonia facendo loro percorrere le strade tracciate dagli architetti ellenistici, ridando senso alle forme antiche, oggi dissimulate dai secoli, per favorire l’immissione del promontorio in un circuito turistico di qualità, che sia ulteriore garanzia per la tutela del sito e al tempo stesso volano per nuove risorse da investire nella conoscenza. Anche in questo senso, infatti, museo e territorio sono strettamente complementari: il museo spiega il parco e il parco, con le ricerche archeologiche in continua evoluzione, arricchisce le collezioni del museo. Perché la ricerca – che a Populonia continua sotto lo sguardo dei visitatori – non solo è compatibile con la gestione dell’area, ma ne rappresenta un’ulteriore attrazione, un fattore di dinamismo culturale che è anche un motivo in più di interesse per il pubblico.

  • Autore a cura di Giandomenico De Tommaso
  • Anno 2003
  • Formato 13,5 x 21 cm.
  • Pagine 144 pp., ill