La tomba dei Demoni Alati di Sovana

La tomba dei Demoni Alati di Sovana Ingrandisci

Un capolavoro dell’architettura rupestre in Etruria

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  • Autore: a cura di Gabriella Barbieri
  • Anno: 2010
  • Formato: 21 x 29,7 cm.
  • Pagine: 152 pp., ill
  • ISBN: 978-88-7145-299-9

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La presentazione di questo libro si configura nella mia mente come “Riflessioni sul Mestiere dell’Archeologo”. Agli occhi del vasto pubblico, il mestiere dell'archeologo ha un fascino innegabile di caccia al tesoro, di scoperte straordinarie, del passato che ritorna quasi per magia, portando l’insolito e l’ignoto nella quotidianità della vita. Naturalmente, gli addetti ai lavori sanno bene quante ore di studio, quanto impegno di apprendimento, quanta pazienza e sacrifici sul campo, quanto duro lavoro in laboratorio, spesso solo per classificare ed interpretare “pochi coccetti”, spesso – specie di questi tempi – senza grandi prospettive di un futuro stabile e consolidato.

Mi trovo ora a presentare un libro che si intitola La tomba dei Demoni Alati di Sovana: un nome che da solo contraddirebbe quello che ho appena detto, un nome mitico ed evocativo, eppure un nome rigorosamente appropriato alle sculture che in origine si ergevano orgogliosamente a qualificare una eccezionale sepoltura rupestre, una tra le più significative della necropoli sovanese. L’immagine di un giacente nella nicchia era fiancheggiata da due figure femminili alate con le fiaccole, le Vanth; due leoni si ergevano ai due lati della facciata, sovrastata da un frontone con demone marino e delfini, in un contesto che, per essere stato abbattuto e gravemente danneggiato dal tempo, non per questo ha perso qualcosa del suo interesse scientifico e iconografico, della sua magica attrattiva, anzi.

Qui ritorna il discorso sul mestiere dell’archeologo. La tomba dei Demoni Alati è stata scoperta recentemente, fra la metà del 2004 e la fine del 2005, a seguito di indagini e interventi nella zona a partire dagli anni Novanta. Lo scavo ha portato, con pazienza e sacrifici sul campo, con duro lavoro in laboratorio e in biblioteca, all’identificazione di un complesso strepitoso, quale non si sarebbe mai sognato di rinvenire, in una necropoli nota e celebre da secoli, che non si sperava avesse più molto da rivelare, certo non un monumento della ricchezza e della complessità di quello qui illustrato.

Si segue con partecipazione, in queste pagine, la storia della scoperta, che nulla ha lasciato al caso per quanto concerne il rigore metodologico della tutela, applicata con la massima dedizione e correttezza professionale da Adriano Maggiani, prima ispettore della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, poi docente presso l’Università degli Studi di Venezia, il cui cambiamento di ruolo e di status ha solo significato un impegno ancora più approfondito, svolto anche sul versante della didattica e dello studio. In conseguenza di ciò, il lettore apprezzerà come ogni frammento, anche malridotto ed illeggibile, sia stato letto, mentalmente e graficamente integrato, affiancato ad una vastissima serie di confronti e infine genialmente interpretato: consiglio ai non specialisti la lettura del capitolo sul programma figurativo (p. 64 ss.), per avere – partendo dalla solida base dell’analisi di tutti i pezzi – un affascinante e modernissimo spaccato sulla politica, sull’ostentazione e sulla pubblicità che i grandi signori terrieri etruschi erano capaci di concepire per se stessi. Questo è uno dei fondamentali punti di arrivo del mestiere dell’archeologo: dal dato materiale alla storia.

Segue una parte, ad opera del geologo Pasquino Pallecchi, dedicata al contesto geologico e agli approfondimenti conservativi, collocata appropriatamente dopo la parte archeologica e prima di quella dedicata alla valorizzazione: si tratta di un apporto essenziale, sia per la tutela, sia per la scienza, sia per la stessa fruizione. Anche in questo caso, parlo con molto orgoglio di un settore, definito sinteticamente “Restauro”, dove però afferiscono professionalità, specialismi e laboratori di molteplici caratterizzazioni, che la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana ha seguito con particolare attenzione e per il quale, a partire da opere famose come un tempo i Bronzi di Riace ed ora la Minerva di Arezzo, è giustamente celebre.

Un altro dei punti di arrivo, del quale come soprintendente davvero mi glorio, è la continuità ininterrotta dell’azione di tutela, garantita qui da Gabriella Barbieri. Si può apprezzare in queste pagine come non si tratti semplicemente di difesa “passiva” del patrimonio archeologico, ma attiva, decisamente proiettata verso la migliore fruibilità dei siti e dei materiali, anche a costo di “sacrifici” dal punto di vista dello studioso, come quello di accettare di rendere visitabile il monumento anche prima della fine delle azioni di restauro, dello studio e della sistemazione finale. Si spera che questo fatto – decisamente non frequente, in un mondo dove la sola gratificazione del funzionario talvolta è il risultato scientifico – sia apprezzato a fondo.

Un’altra perla di questo intreccio di professionalità è data dalla sintonia fra gli archeologi e gli architetti, qui rappresentati da Massimo Marini, che ha raccolto gli spunti e li ha interpretati con il suo personale punto di vista, partendo dalla lettura architettonica dell’antico, per giungere a proposte strutturali ed espositive, raccolte e rimbalzate da altre voci nuove ed avanzate, sul tema della multimedialità (Maurizio Masini, Alessandro Dei e Lisa Tavarnesi).

Nel complesso, si tratta di un lavoro interessante e vario, specialistico ma non inaccessibile, che mette a disposizione di tutti un nuovo eccezionale monumento, garanzia di vitalità e di prospettive sempre più affascinanti tanto per gli archeologi che per i cittadini di Sovana e per i visitatori da tutto il mondo.

  • Autore a cura di Gabriella Barbieri
  • Anno 2010
  • Formato 21 x 29,7 cm.
  • Pagine 152 pp., ill
  • ISBN 978-88-7145-299-9